Sono sotto gli alberi, in attesa, e vedo tante persone uscire dal portone di una scuola, alcune liete, altre a testa bassa.
-"Che succede?" domando ad un fanciullo che strilla di contentezza.
-"Non lo sa? E' giugno, sono usciti i quadri con i voti".
-"E tu?"
-"Io sono vivo per un altro anno."
-"E io?"
-"Chi la conosce a lei? Forse è stato respinto".
Allora, più per ingannare il tempo che per altro, vado a controllare i miei voti. C'è una gran calca davanti a una parete illuminata di taglio dal sole. Ci sono ragazzi, donne, vecchi, bambini, tutti ansiosi a cercare il loro nome e i loro voti.
-"Maledizione", dice un signore sbattendosi il cappello polveroso su una gamba.
-"E' andata male?".
-"Sono stato rimandato in Generosità e Pazienza".
Leggermente preoccupato mi alzo in punta di piedi per trovare nella selva dei numeri quelli che mi riguardano. L'unico problema è che non so ancora chi sono, come mi chiamo: e allora come farò a sapere i risultati? Quale sarà la mia colonna?
-"Scusi", domando a un bimbo di quattro o cinque anni, "secondo lei, come sono andato? Più o meno, intendo, all'incirca. Mi dica, sia schietto".
-"La sua colonna è tutta bianca".
-"E allora?".
-"Ma ha frequentato? Dico, ha frequentato la vita quest'anno?".
-"Pochino".
-"Sarà per questo che non c'è scritto nulla. Io però sono promosso".
(da Marco Lodoli, Calendarietto, Roma, Castelvecchi, 1994)
domenica 24 maggio 2015
sabato 18 aprile 2015
"C'è qualcosa nella morte che somiglia all'Amore..."
Morire è come nascere.
Non sai come e quando accadrà.
Aspetti.
Aspetti la morte così come si aspetta la vita. Temi la morte, come la vita.
Non esiste una soluzione a tutto questo. Accade e basta. Inizio e fine o, forse, fine ed inizio.
Noi non lo sappiamo, noi non sappiamo proprio niente di niente. Il motivo, la ragione profonda di tutto ciò. La fede che sviluppiamo serve ad aggrapparci alle cose che facciamo, a dare un senso, chè altrimenti tutto ci parrebbe sprecato, inodore, incolore, cadente, sotterraneo. Dobbiamo dare peso, perché la leggerezza non è di questa vita, non è della condizione umana, non sta nei limiti che abbiamo tracciato ed imposto a noi stessi.
Aspetti la morte così come si aspetta la vita. Temi la morte, come la vita.
Non esiste una soluzione a tutto questo. Accade e basta. Inizio e fine o, forse, fine ed inizio.
Noi non lo sappiamo, noi non sappiamo proprio niente di niente. Il motivo, la ragione profonda di tutto ciò. La fede che sviluppiamo serve ad aggrapparci alle cose che facciamo, a dare un senso, chè altrimenti tutto ci parrebbe sprecato, inodore, incolore, cadente, sotterraneo. Dobbiamo dare peso, perché la leggerezza non è di questa vita, non è della condizione umana, non sta nei limiti che abbiamo tracciato ed imposto a noi stessi.
Chi muore aspetta in silenzio, chiude gli occhi, delicatamente, come accompagnando pensieri di dolore. Li accoglie e li accantona, sempre delicatamente, con la poca forza che gli resta. Si guarda intorno e non riesce ad accettare l’idea di abbandonare tutto, di salutare i luoghi che l’hanno ospitato, divertito, annoiato.
Chi nasce aspetta in silenzio, apre gli occhi delicatamente, come accompagnando pensieri che non sa ancora come si pensano. Accoglie ed accantona segmenti di pensiero, con quella forza che da poca, presto, diverrà molta, immensa. Deve fare i conti con l’infinità di cose che vedrà, dovrà stare attento a quanto se ne affeziona, conoscerà il dolore che questo porta con sé, sempre, ovunque. Aspetterà di essere accolto e amato, coccolato e divertito. Aspetterà di annoiarsi.
Accarezzarti mi sporca le mani, ma di uno sporco bello. Accolgo tra le mie dita la polvere e la terra che hai raccolto su di te. Odora del tuo respiro e del tuo entusiasmo.
È bello accarezzarti. E lo sarà sempre.
Mi lavo le mani e ne viene fuori un colore simile al tuo. Un marroncino chiaro, quasi rossiccio. ‘Quanto ti amo’ penso. ‘Sei come me, TU come ME’, nel colore e nella stazza, nella convinzione, nelle ragioni profonde, nella testardaggine e nel modo di amare, disordinato e composto, pieno di dignità.
Sei un figlio, ma anche un padre, un amico, sei un compagno di giochi e sei
l’amore della mia vita, quello in cui mi sono riflessa e in cui mi sono
riconosciuta.
Quante cose per un cane!
Quando ho scattato questa foto eravamo un po’ tristi, è
vero. Non siamo riusciti a sorridere, come facevamo di solito. Sapevamo di
doverci lasciare e avevamo paura.Quando ho scattato questa foto mi ricordo che poi abbiamo pure pianto, tutti e due, solo che le mie lacrime rigavano dritte il viso e precipitavano sul pavimento, sui miei pantaloni, sulle tue zampe.
Le tue di lacrime, invece, rimanevano sotto gli occhi e ne inumidivano i contorni.
Ci siamo guardati con l’aria di due vecchi amici, di quelli che si intendono con un’occhiata.
Quello che ti ho detto lo pensavo davvero.
La morte ti ha ridato la vita.
E ora che non ci sei, anche se non ti posso vedere, anche se non ti posso toccare,
io TI SENTO,
ti immagino correre e abbaiare, spezzare le noci con i denti e rifiutarti di cedermi il pallone per giocare, ti vedo fermarti a metà della scala per dare la zampa, perché altrimenti non si passa!
E ora che non ci sei, anche se non ti posso vedere, anche se non ti posso toccare,
io TI SENTO,
ti immagino correre e abbaiare, spezzare le noci con i denti e rifiutarti di cedermi il pallone per giocare, ti vedo fermarti a metà della scala per dare la zampa, perché altrimenti non si passa!
E poi lo so che sei in buona compagnia, sono sicura anche di
questo.
So che c’è chi ti lancia la palla e ti procura le noci.
So che c’è chi ti lancia la palla e ti procura le noci.
Quando ti penso, mi commuovo e poi sono felice, felice perché ci sei stato, hai colorato la mia esistenza e del tuo colore per sempre porterò la traccia.
Comportati bene e ricorda che ti amo e sono sempre con te “come all’inizio e fino alla fine”.
E la morte non è la fine.
lunedì 30 marzo 2015
MILANO... eppur mi son scordata di te!
Sulle prime luci (qui albeggia davvero presto!) si odono i primi rumori, i
cigolii delle ruote dei tram, che stridono sulle rotaie arrugginite oppure appena
lubrificate. Migliaia di persone fermano la sveglia, indossano le loro
pantofole ancora invernali e mettono su il caffè o l’acqua per il tè. I loro respiri
si uniscono in un coro silenzioso e perpetuo, spingendo fuori l’anidride
carbonica che si confonderà con il mondo, di tutti e di nessuno.
È il lento incedere dell’uomo nella sua storia.
Come gli alberi, che si stagliano alti nelle foreste, più longevi e sereni di
noi, che respirano all’unisono e non si stancano mai, non ci provano mai, a
stancarsi, a morire.
Aspetto che la moka rumoreggi e lascio bruciare la
mia prima sigaretta della giornata osservando il mondo da un balcone. È un
balcone speciale, quello dove ho consumato tutte le mie sigarette mattutine,
prima degli esami, prima degli appuntamenti importanti, prima delle giornate
che si sarebbero rivelate “niente”. Ho fumato lì leggendo notizie, snocciolando
pensieri buoni e cattivi, facendo propositi, progetti sugli abiti con cui avrei
sostituito il pigiama.
La moka rumoreggia.
Si parte.
Si parte.
Buongiorno Milano!
E che cavolo questo maledetto riflesso condizionato!
E che cavolo questo maledetto riflesso condizionato!
Il passo milanese!!! Quel
passo che è a metà tra una camminata e la corsa dei maratoneti. Per quanto si
possa provare a camminare piano, a gustarti un’andatura rilassata, diventa
inevitabile: ti associ ad un mondo di gente svelta che corre e scappa di qui e
di lì, perché è in ritardo, perché deve percorrere quei dieci buoni kilometri
per raggiungere il posto di lavoro, il supermercato più economico, la scuola
dei figli...
E mai come alle sette del mattino puoi leggerlo
forte e chiaro negli occhi dei passanti, in quelli che riesci ancora ad incrociare,
perché in effetti molti hanno già gli occhi altrove, sull’i-pad, sull’i-phone,
sul tabellone contaminuti dell’autobus.
C’è tanta vita e altrettanta morte.
C’è un mucchio di gente, che varia nel colore, nell’età, nel peso, nei costumi, eppure sei così tremendamente e fottutamente solo.
Puoi attaccarti ai piccoli gesti di umanità: la battuta di un ragazzo adolescente, il sorriso di una donna dai capelli bianchi come la neve e una mano sul carrellino della spesa, una mamma che carezza la guancia del figlioletto…
E sei già nella metro!
La metro, che rimarrà sempre una ‘cosa’ così schifosa e, allo stesso tempo, così banalmente affascinante.
La metro, che rimarrà sempre una ‘cosa’ così schifosa e, allo stesso tempo, così banalmente affascinante.
Gruppi di persone ammassate, contatto di pelli e capelli, borse da lavoro che
toccano zaini su cui pennarelli indelebili hanno lasciato tracce di amori e di dediche
estrapolate dai pezzi in voga di rapper tatuati.
Un vagone che si trasforma in un contenitore di
tutti gli odori e i sapori e i pensieri del mondo.
Che se lo prendessero così com’è e lo lanciassero su
Marte, potrebbero tranquillamente porre le basi per popolare un nuovo pianeta,
tale e quale alla Terra, né meglio, né peggio.
Milano è così. Ti illudi di vivere in una grande
città e poi ti accorgi che ti muovi e respiri in un paio di kilometri quadrati,
con il tuo salumiere di fiducia, lo sportello della tua banca, il tabacchino di
fronte casa!
Ti muovi sottoterra, sali su un vagone e, senza rendertene conto, riemergi in quello che ti sembra un altro paese e che, in effetti, nella tua terra d’origine lo sarebbe!
Ma a Milano no, a Milano tutto fa brodo!
Ti muovi sottoterra, sali su un vagone e, senza rendertene conto, riemergi in quello che ti sembra un altro paese e che, in effetti, nella tua terra d’origine lo sarebbe!
Ma a Milano no, a Milano tutto fa brodo!
Milano Milano (senza hinterland) fa un milione,
trecentotrentatre mila e oltre di abitanti, sparsi su una superficie di 181 km²
con una densità media di più di settemila persone per km².
E dire che Ostuni con le sue frazioni si estende su ben 225 km² e in media di persone ce ne sono una cento cinquantina per km²!
E dire che Ostuni con le sue frazioni si estende su ben 225 km² e in media di persone ce ne sono una cento cinquantina per km²!
Il paragone non regge, lo ammetto. E poi ho smesso
di pensarla come una volta, di credere che Dio avrebbe fatto più fatica a
trovarmi in mezzo ai grattacieli che su un morso di costa.
Però una cosa dovete concedermela.
E questa cosa qui riguarda la solitudine.
Ci sono tanti tipi di solitudine quante sono le ragioni che la provocano.
Ce n’è una che ho provato tante volte e viene dall’incomprensione, una che profuma di libertà e indipendenza e non mi ha mai fatto paura. Poi c’è quella che riguarda le persone che ami, quando sono lontane e le vorresti abbracciare forte forte. Esiste la solitudine di pensiero, che ti coglie quando meno te l’aspetti, anche se sei in famiglia, a casa, con gli amici.
Ci sono tanti tipi di solitudine quante sono le ragioni che la provocano.
Ce n’è una che ho provato tante volte e viene dall’incomprensione, una che profuma di libertà e indipendenza e non mi ha mai fatto paura. Poi c’è quella che riguarda le persone che ami, quando sono lontane e le vorresti abbracciare forte forte. Esiste la solitudine di pensiero, che ti coglie quando meno te l’aspetti, anche se sei in famiglia, a casa, con gli amici.
Poi c’è questa qui, questa che provo stamattina, che
mi si attacca come una seconda pelle, come una tuta subacquea scura,
obbligatoria e facoltativa insieme. È la solitudine che accomuna tutti quelli
che hanno fermato la sveglia con me stamattina, pronti a riempire la giornata
intensamente, più intensamente possibile, perché altrimenti si muore, si
finisce per avere il tempo di aver paura, una paura che uccide.
Oggi, qui, guardandomi attorno, posso scorgere tutti
gli atti della mia vita, quelli passati, i presenti e i futuri. Posso
riconoscere quello che sono stata e immaginare ciò che sarò. Vedo addirittura
distintamente quello che non potrò e non vorrò mai essere.
Quanto e come vedo
stamattina!
Questa solitudine qui è originata dalla nostalgia
per l’attimo appena trascorso, quello mai più recuperabile, perso tra le rotaie
di quel tram e le gambe ammucchiate di tutta questa cazzo di gente.
Vedere un
così grande potenziale, strizzato tra le cinghie dell’economia e passato al
setaccio tra le maglie del tempo che incalza, mi provoca un dolore enorme, lo
sento nel petto. Si trasforma in solitudine quando mi accorgo di essere umana
tra gli umani, di respirare tra miliardi di respiri senza che nulla abbia più
un senso, perché il tutto diventa nulla…
Mi sento il fiato del tempo sul collo,
sento che qualcosa mi rincorre, accelero il passo, corro, scappo, ma da cosa??
Vorrei gridare: “Cosa diavolo corriamo tutti quanti?” “Dove?” “Ne vale la
pena?”
E allora io preferisco la solitudine della natura,
sì, decisamente. Preferisco la vivacità delle onde del mare, che fanno tanto
rumore per nulla, ma sanno fare rumore. Preferisco il vento, le cicale e le
lumache dopo la pioggia. Preferisco le cose che mi salvano dalla nostalgia
dell’attimo appena trascorso, quelle cose che se il tutto diventa nulla ci
pensano loro a farlo tornare ‘tutto’, incoraggiandoti eternamente.
Mi piace essere ingannata, sono debole, non sopporto
le facce del mondo buttate lì tutte insieme, nella mischia, a dichiarare che la
vita fa venire le rughe, le malattie e che bisogna mandare avanti il carro.
La
vita è bella.
E quando è brutta c’è il mare a ricordarcelo, ci sono le lumache
che si fanno una passeggiata sui muretti, l’odore delle polpette, un libro
letto sull’amaca che dondola.
Purtroppo a Milano il mare non c’è, le lumache
neppure… in un anno si fanno meno polpette del numero di abitanti di Ostuni e i
libri si leggono in metro, incastrati nei minuti che ci separano dai luoghi che
raggiungeremo, come se il posto dove ci sta portando la trama fosse meno
importante, meno reale.
Penso che sono cambiata molto.
E chissà quante altre volte cambierò.
lunedì 9 marzo 2015
Un IO pe(n)sante
Vivere di ‘pesantezze’ fa bene al cuore.
Non lasciate che la leggerezza vi faccia volare lentamente sulle cose, sfiorandole appena, senza conoscerle, toccarle, capirle.
Non lasciate che la superficialità di un tocco dato per sbaglio vi faccia credere di essere stati a contatto con una questione, con un problema, con una persona.
Non lasciate che nessuno vi dica come dovete essere o comportarvi. La verità non esiste, e se esiste non è mai assoluta.
Sprecate tutto il tempo necessario per spiegare il vostro punto di vista, non rinunciate a farlo. Provate a cambiare idea.
Mantenete un rapporto di confronto con l’idea di bene universale, non allontanatevene mai.
Lasciate che gli altri non vi comprendano, esistono momenti diversi nella vita di ognuno di noi e non sempre devono coincidere.
Fate in modo di essere sinceri, anche se questo vi costa parecchio, anche se significa mostrare i vostri difetti, essere meno apprezzati, apparire più deboli.
Lasciate che gli altri vi vedano per come siete e mai per come dovreste essere, che mai proiettino su di voi sé stessi.
Non tutti sono in grado di esercitare un’influenza positiva sulla nostra vita.
In tanti non ci riescono, perché è una cosa delicata, difficile.
Nessuno, però, che ci conosca e ci ami, deve avere il diritto di sminuirci, spezzare il nostro entusiasmo, la nostra fede profonda nelle cose.
Non lasciate che la leggerezza vi faccia volare lentamente sulle cose, sfiorandole appena, senza conoscerle, toccarle, capirle.
Non lasciate che la superficialità di un tocco dato per sbaglio vi faccia credere di essere stati a contatto con una questione, con un problema, con una persona.
Non lasciate che nessuno vi dica come dovete essere o comportarvi. La verità non esiste, e se esiste non è mai assoluta.
Sprecate tutto il tempo necessario per spiegare il vostro punto di vista, non rinunciate a farlo. Provate a cambiare idea.
Mantenete un rapporto di confronto con l’idea di bene universale, non allontanatevene mai.
Lasciate che gli altri non vi comprendano, esistono momenti diversi nella vita di ognuno di noi e non sempre devono coincidere.
Fate in modo di essere sinceri, anche se questo vi costa parecchio, anche se significa mostrare i vostri difetti, essere meno apprezzati, apparire più deboli.
Lasciate che gli altri vi vedano per come siete e mai per come dovreste essere, che mai proiettino su di voi sé stessi.
Non tutti sono in grado di esercitare un’influenza positiva sulla nostra vita.
In tanti non ci riescono, perché è una cosa delicata, difficile.
Nessuno, però, che ci conosca e ci ami, deve avere il diritto di sminuirci, spezzare il nostro entusiasmo, la nostra fede profonda nelle cose.
Dobbiamo rivendicare il diritto a credere nei nostri
progetti.
Dobbiamo difendere la nostra importanza, il nostro impegno.
Dobbiamo convincere chi non lo crede che fare di più e meglio vale la pena e può cambiare le cose, può rivoluzionare la vita che ci appartiene e quella delle persone con cui siamo a contatto.
Dobbiamo smettere di giustificare le nostre idee, ma iniziare a spiegarle e difenderle, sopra ogni cosa.
Dobbiamo difendere la nostra importanza, il nostro impegno.
Dobbiamo convincere chi non lo crede che fare di più e meglio vale la pena e può cambiare le cose, può rivoluzionare la vita che ci appartiene e quella delle persone con cui siamo a contatto.
Dobbiamo smettere di giustificare le nostre idee, ma iniziare a spiegarle e difenderle, sopra ogni cosa.
Se qualcosa ci rende fieri è perché rappresenta per noi qualcosa
di cui andare fieri.
Il resto sono solo le parole di chi non si è sforzato di capire, ma è rimasto in superficie. È la pesantezza a rompere le barriere della superficialità, a spingerci a fondo.
La 'pesantezza sulle cose' genera riflessione, la leggerezza solo problemi.
Il resto sono solo le parole di chi non si è sforzato di capire, ma è rimasto in superficie. È la pesantezza a rompere le barriere della superficialità, a spingerci a fondo.
La 'pesantezza sulle cose' genera riflessione, la leggerezza solo problemi.
Non dobbiamo temere di essere profondi e sognatori perché la crescita e l’arricchimento stanno nel “più”, non nel “sufficiente” e chi crede solamente nel “sufficiente” non è pronto darsi, rimane leggero, non si rende utile, ma inutile.
Chi crede nel “sufficiente” non sa che il segreto di una
meritata leggerezza sta proprio nel passare attraverso la pesantezza.
Come questo post, che ha l’aria di essere così pesante,
eppure mi ha reso così leggera.
Piena di entusiasmo, orgogliosa, consapevole.
Io faccio del mio meglio.
Faccio del mio meglio anche se non salvo il mondo.
Faccio del mio meglio anche se non salvo il mondo.
Magari,
salvo me stessa.
giovedì 26 febbraio 2015
Il volo degli uccelli
Alzando gli occhi al cielo, specialmente in questo
periodo, può capitare di scorgere stormi di uccelli che, come abili danzatori,
danno vita ad uno spettacolo magico.
È lo spettacolo della migrazione, lo spostamento di folti
gruppi che, compatti, muovono verso nuove terre in grado di garantire loro la
sopravvivenza.
È un fenomeno che colpisce più della metà delle specie
presenti nel mondo e rappresenta per ogni singolo volatile un momento cruciale
nel corso della sua esistenza.
Una volta rintracciate le ragioni della migrazione
nella ricerca di sostentamento e condizioni climatiche più favorevoli, non
possiamo non chiederci come diavolo
facciano ad ORIENTARSI, a seguire rotte precise ed infallibili, a resistere
macinando migliaia di kilometri al giorno.
Il mistero dell’orientamento ha solleticato la curiosità
di numerosi scienziati, i quali hanno determinato l’esistenza di diverse
tecniche, tutte incredibilmente naturali:
·
- L’orientamento magnetico (gli uccelli
sono in grado di allinearsi ai campi magnetici terresti attraverso dei
sensori chimici presenti nel cervello, negli occhi e nel becco, una sorta di
GPS naturale!!!)
·
- L’orientamento geografico (sono gli
elementi naturali come le coste, i fiumi, i laghi, le montagne ad aiutare i
volatili nel percorrere le rotte.)
·
- L’orientamento astronomico (gli uccelli
seguono le costellazioni e soprattutto il sole!)
·
- La memoria collettiva ( i giovani
esemplari imparano la rotta da quelli più anziani, come in ogni specie che si
rispetti!!!)
Alcuni esemplari sono in grado di raggiungere numeri da record volando ad un’altezza
massima di 8000 metri (al pari delle rotte aeree praticamente) percorrendo
circa 3000 km al giorno ad una velocità media di 80Km/h. Dei portenti!!!!
Che forza e che coraggio questi uccelli!
Ma ciò che lascia maggiormente stupefatti è la capacità di muoversi all’unisono, di virare simultaneamente, di creare una concordanza perfetta nelle movenze!
Ma ciò che lascia maggiormente stupefatti è la capacità di muoversi all’unisono, di virare simultaneamente, di creare una concordanza perfetta nelle movenze!
Anche su questo punto gli scienziati sono stati in
grado di formulare un’equazione matematica in grado di spiegare come l’informazione
del cambio di rotta si propaghi nel gruppo.
Pare che per eseguire questa manovra sia necessario “un
gruppo dirigente coeso e dialogante” e, quindi, che siano pochi esemplari, in
particolari quelli che vengono a trovarsi lungo i bordi dello stormo, a guidare
i sottogruppi dei loro simili.
Questo significa che non esiste un vero leader alla guida della rotta, né sono sempre gli stessi esemplari a farlo, bensì tutti gli uccelli sono in grado e possono trovarsi a guidare il cambio di rotta del proprio stormo in un regime che definirei di vera democrazia.
Questo significa che non esiste un vero leader alla guida della rotta, né sono sempre gli stessi esemplari a farlo, bensì tutti gli uccelli sono in grado e possono trovarsi a guidare il cambio di rotta del proprio stormo in un regime che definirei di vera democrazia.
Stando a tutto ciò ho pensato che forse abbiamo
tantissimo da imparare dagli uccelli.
E poi ho pensato anche che ci sono cose che ci accomunano a loro, che una volta eravamo nomadi e cercavamo le condizioni migliori alla
sopravvivenza e che da allora non è poi cambiato così tanto.
Anche oggi migriamo, ci spostiamo in cerca di lavoro, in cerca di luoghi dove coltivare sogni o assicurare un futuro ai nostri piccoli.
Anche oggi migriamo, ci spostiamo in cerca di lavoro, in cerca di luoghi dove coltivare sogni o assicurare un futuro ai nostri piccoli.
Anche noi ci organizziamo in gruppi, in comunità, in società, in partiti
politici, eppure non siamo bravi come gli uccelli.
Ci manca l’unisono, la fiducia reciproca, a volte accettiamo ciecamente gli ordini di un leader, a volte ci ribelliamo.
Ci manca l’unisono, la fiducia reciproca, a volte accettiamo ciecamente gli ordini di un leader, a volte ci ribelliamo.
Ci capita (raramente) di avere leader troppo capaci, cosicchè
non siamo in grado di comprenderli o eguagliarli, oppure (più frequentemente) ne
abbiamo di ignoranti e meschini e ce ne distacchiamo per non cadere troppo in
basso. Se siamo in grado di metterci a guida del cambio di rotta spesso non ne
troviamo il coraggio e se, invece, non ne abbiamo le abilità, non facciamo
nulla per svilupparle, non ci poniamo domande.
Mentre gli uccelli si librano nell’aria creando
forme meravigliose, noi crediamo di muoverci e, invece, restiamo fermi.
Mentre noi li osserviamo ammirati, loro ci guardano
"sollevati".
Quante volte abbiamo desiderato di essere uccelli?
(a parte le vertigini s’intende!)
E in parte noi lo siamo. In potenza, lo siamo.
Il passo che ci divide dall’esserlo sta nella LIBERTA’ che decidiamo di esercitare.
La differenza è che reprimiamo l’espressione della
nostra anima con la scusa di essere limitati dalla gabbia del nostro corpo, con
l’idea che il nostro corpo sia una gabbia naturale, un guscio protettivo che ci
tiene con i piedi per terra, ben saldi ad un mondo artificiale, fatto di gabbie
più grandi, recinti ampi come città, alti come grattacieli, profondi come pozzi
di petrolio.
Eppure la natura non conosce gabbie, ma nidi, non
crea prigionieri, ma strumenti, la natura si autoregola, senza necessità di giustiziare
crudelmente.
Abbiamo davvero molto da imparare dagli uccelli, ma per
fortuna, come ha scritto Victor Hugo:
“L'anima aiuta il corpo e in certi momenti lo solleva.
È l'unico uccello che sostenga la sua gabbia.”
È l'unico uccello che sostenga la sua gabbia.”
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